© La foto di Mohammed Salem vincitrice del World Press Photo 2024 e la Pietà realizzata dallo scultore Tincolini

La nuova Pietà

Articolo che ci ha inviato don Gianni e che fa riflettere parecchio. Un figlio morto resta sempre un figlio di qualcuno, un figlio che non vorresti vedere morire anzitempo…

In una parola sola, pietà

La foto-simbolo della madre di Gaza è diventata la nuova Pietà, ma nessuno la vuole

L’artista Tincolini ha realizzato una scultura a partire dallo scatto del World Press Photo 2024. È una donna di Gaza che culla suo figlio morto

| CRONACA QUOTIDIANO NAZIONALE | 20 MARZO 2026 |
| CRISTINA PRIVITERA |

Roma, 20 aprile 2026 – Compassione, commiserazione, misericordia, partecipazione al dolore degli altri: in una parola sola, pietà. Una parola che appare smarrita, inabissata nel caos del nostro affollato e frenetico quotidiano anche di fronte alle vittime delle guerre di questo tempo tragico, che siano vicine o lontane dal nostro Occidente. Una parola che pone l’urgenza di una domanda: siamo ancora capaci di provare pietà? L’interrogativo dovrebbe bussare alla coscienza di ciascuno di noi, storditi e distratti, anestetizzati verso la sofferenza altrui.

E se siamo capaci ancora di provare pietà ce lo chiede con identica drammatica necessità anche la Pietà dello scultore Filippo Tincolini. L’ispirazione è in una foto – una sola ma caleidoscopio di tante, tantissime altre immagini – di Mohammed Salem, scattata a Khan Younis, nel Sud della Striscia di Gaza, e vincitrice del World Press Photo of the Year 2024. Un’immagine universale di pietà, una madre che culla un bambino morto, simbolo senza tempo e luogo delle vittime della guerra. “Ci sono immagini che non si guardano soltanto: si portano dentro”, è stata la reazione di Tincolini.

Madre e figlio nella Pietà di Tincolini non hanno volto, sono tutte le madri che piangono i figli vittime della guerra, il massimo dolore inconsolabile che si possa provare. Una Pietà laica universale che invoca “la capacità di riconoscersi nel dolore dell’altro. Parla di ferite visive che attraversano la pelle, il pensiero, la memoria. Alcune si dissolvono col tempo. Altre, invece, chiedono di diventare pietra”.

In questo manifesto di un comune sentire si sono riconosciuti a fianco dello scultore Tincolini e del suo collega di studio di Carrara Roberto Spinetta: il giornalista Federico Quaranta, lo scrittore e imprenditore umanista Andrea Pezzi, la fotografa Laura Veschi, all’apparenza distanti nel loro lavoro quotidiano ma affini nella sensibilità, nell’impegno dell’indignazione e nella visione di un futuro di speranza.

“Ho capito che quella fotografia doveva diventare marmo – ricorda Quaranta – non quando l’ho vista per la prima volta, ma quando ha smesso di lasciarmi in pace. Quell’immagine — la madre, il corpo senza difese, il dolore che non urla ma pesa — non chiedeva di essere guardata. Chiedeva di essere accolta. E lì ho capito che non bastava raccontarla, né commentarla, né condividerla come facciamo ogni giorno, consumando il dolore degli altri. Doveva diventare materia. Doveva uscire dal flusso e fermarsi. Il marmo ha questo: non scorre, non passa, resta. E allora sì, in quel momento ho capito che quell’immagine non era più una fotografia. Era una responsabilità. E che qualcuno doveva prendersela, e l’ho passata a Filippo Tincolini. L’idea è passata dalla mia mente alle sue mani, così esperte e incredibilmente capaci, e in quel momento è accaduto qualcosa di raro: nessuno dei due linguaggi ha prevalso. Si sono riconosciuti. Con Filippo Tincolini non c’è stata una dinamica di ispirazione lineare — prima uno, poi l’altro. C’è stato un attraversamento reciproco. Io non ho scritto per spiegare la scultura. E lui non ha scolpito per illustrare le parole. Ci siamo mossi dentro lo stesso spazio: quello della pietà, nel senso più antico del termine. Quello che ti obbliga a riconoscerti nell’altro, anche quando vorresti voltarti. Il mio testo nasce mentre l’opera nasceva. E in parte continua a nascere ancora, perché il marmo ha un tempo lungo, e la parola, se è vera, deve imparare a stargli dietro. Senza correre, senza semplificare”.

Così la parola pietà dopo essersi fatta scultura scarna ed essenziale nelle mani di Tincolini è diventata anche un recital teatrale scritto da Federico Quaranta, aperto da un monologo dello scultorea per proseguire con un dialogo tra l’autore e Andrea Pezzi che dalla Pietà laica di oggi riannoda i fili del significato della parola con i testi classici dell’Odissea e dell’Eneide. L’esordio pochi giorni fa al Teatro Era, promosso dal Comune di Pontedera e dalla Fondazione per la Cultura Pontedera.

L’unica porta che si è aperta anche per l’esposizione dell’opera (al centro del palco in occasione di un dialogo tra il cardinale Matteo Maria Zuppi e la direttrice di Qn Agnese Pini). Molte altre porte sono rimaste al momento chiuse alla proposta di ospitare la Pietà, quelle del Comune di Milano, quelle dei Musei Capitolini di Roma: entusiastiche reazioni iniziali che non hanno però avuto finora nessun esito concreto.

“La sensazione – commenta Tincolini – è che evocare una scena di morte nella guerra di Gaza abbia suscitato una sorta di omertà, di presa di distanza che non mi sarei aspettato per il significato universale dell’opera, che invoca la capacità di sentire che quella vita spezzata potrebbe essere la nostra, che le persone senza voce potremmo essere noi, che potremmo vivere anche noi le ingiustizie che ora sembra non ci riguardino perché lontane. Ma il marmo non va a male, si apriranno altre porte. Stiamo anche prendendo contatti con la Spagna”.

Un’opera come Pietà chiede coraggio prima ancora che spazio. Le istituzioni oggi sono ancora in grado di accogliere arte che non consola, ma interroga? Il fatto che città come Roma e Milano non abbiano ancora risposto è un limite del progetto o del tempo in cui viviamo? “Non c’è amarezza. Sarebbe troppo facile. C’è una constatazione – è la risposta di Quaranta –. Opere come questa non sono comode. Non decorano, non intrattengono, non rassicurano. Ti mettono davanti a qualcosa che preferiremmo non vedere, o vedere da lontano. E questo richiede coraggio. Non solo culturale, ma anche umano e, inevitabilmente, politico. Le istituzioni oggi si muovono spesso dentro margini stretti: consenso, equilibrio, prudenza. Un’opera come Pietà invece rompe quell’equilibrio. Ti costringe a prendere posizione, anche solo esponendola. Se Roma e Milano non hanno ancora risposto, non è una bocciatura. È un segnale del tempo in cui viviamo. Ma le opere necessarie trovano sempre il loro luogo. Non perché qualcuno le autorizza, ma perché, a un certo punto, diventano inevitabili. E quando accade, non appartengono più a chi le ha pensate o realizzate. Appartengono a tutti. In tutto questo io e Filippo abbiamo voluto aprire l’anima ad Andrea Pezzi e lui ci ha donato la sua”.

E Andrea Pezzi aggiunge: “Come cittadino mi sarei aspettato che le istituzioni e i politici avessero abbracciato il messaggio universale di questo progetto, senza calcoli politici sull’opportunità. La mia personale adesione doveva essere a Milano, che non l’ha accolto. Spero che cambierà idea. L’opera di Tincolini pone anche un bisogno politico nel senso alto del termine e non ha niente a che vedere con altro se non con la pietà umana, e trovo ridicolo doverlo dire. Mi auguro che abbia visibilità per i valori universali che la scultura rappresenta. Davo per scontato che venisse accolta, anche se sei dalla parte di Israele. La dignità umana ha un colore politico? Quella statua dovrebbe stare alla Camera o al Senato. Ho toccato con mano una dinamica che non pensavo di dover vivere. Si può aver paura di dire che ammazzare i bambini è ingiusto? Chiunque a cominciare dai rappresentanti del nostro Paese dovrebbero non prendere chilometri di distanza”.