Il chilometro d’oro…

Foto tratta da internet


Dopo un viaggio di oltre un mese mi è giunto un plico, contenente doni preziosi, originali, una combinazione di poesia + immagine + musica da parte di Orlando Cangià.

La lettera in cui descrive l’esperienza multiculturale e multireligiosa di Alessandria in quegli anni … vale la pena pubblicarla sul sito degli ex-allievi : ci sono tante, troppe, somiglianze con la Beirut di quegli stessi anni …

Penso che si toccherebbero delle corde molto sensibili nell’animo di molti !

Don Gianni

Salesiano, SSB

Caterina, ieri ho presentato il volume Il chilometro d’oro – il mondo perduto degli Italiani d’Egitto di Daniel Fishman e, mentre parlavo, ho rivissuto anch’io la mia storia, da Iskandarani, simile a quella raccontata nel romanzo e simile ai pensieri e al sentire di un nostro eccelso – permettimi il parallelo – compatriota: Giuseppe Ungaretti:

… Sono d’un altro sangue e non ti persi, ma in quella solitudine di nave
più dell’usato tornò malinconia
la delusione che tu sia, straniera,
la mia città natale.

Nei versi scritti riferendosi alla “sua” Alessandria, lasciata nell’autunno del 1912, si colgono quei sentimenti contrastanti (da una parte la voglia di raggiungere la propria Patria, ma dall’altra il dolore per il distacco dalla terra che ha gli aveva dato i natali e dove aveva vissuto l’infanzia e la fanciullezza) che una cinquantina d’anni dopo avrebbero provato migliaia e migliaia di suoi connazionali, a partire dal 1956, questa volta “costretti” ad abbandonare l’Egitto. Quel che era accaduto precisamente nel 1956 viene raccontato in varie pubblicazioni. Per me, per noi, per la nostra famiglia, la situazione si riassume nel 28 luglio del 1962 al porto di Alessandria.
L’intolleranza agli strascichi del colonialismo britannico e francese e l’inasprimento verso il crescente Sionismo più che il nazionalismo e panarabismo, sono state le cause del disfacimento di un mondo straordinario, colorato e cangiante come può esserlo un caleidoscopio di culture e di religioni (cultura, culto hanno la stessa radice di “colere”, coltivare, vivere).

Il Cairo, come Alessandria o Porto Said, erano luoghi di convivenza e comunicazione fra culture di varie comunità nazionali (turchi, italiani, greci, inglesi, francesi, maltesi, polacchi, rumeni, bulgari, russi, sudanesi, marocchini, e altre), di varie etnie (circassi, armeni, …), religioni e riti (cattolici, ortodossi, copti, maroniti, musulmani, ebrei, …) e classi sociali le più diverse tra loro.
I “talianin” – così venivano chiamati i tanti italiani, nati in Italia o in Egitto da italiani e fieri della loro nazionalità italiana – erano numerosissimi nella prima metà del Novecento. Furono decurtati, in buona parte, quando l’Italia fascista entrò in guerra e l’Egitto, allora sotto protettorato britannico, mise nei campi di internamento al Fayed tutti i connazionali “abili” sequestrando, a molti di loro, anche i patrimoni. Eccoli, i figli degli operai del canale di Suez (ricordiamo che Antonio Ungaretti muore nel 1890 per postumi da infortunio e la moglie continua a gestire un forno in periferia – a Muharram Bey – di Alessandria), i tecnici, gli intellettuali, gli imprenditori, i seguaci del Duce e gli antifascisti, i bancari, gli architetti, i medici, …

Trascorsi gli anni dell’esodo dal 1957 al 1963, cala un velo di silenzio su di una storia che ha coinvolto e sconvolto la vita di decine di migliaia di Italiani d’Egitto.
Nel 2006, in occasione del cinquantesimo della crisi di Suez, uno studioso alza questo velo di silenzio, colmando una grossa lacuna politica e storica, ma anche narrativa e letteraria, pubblicando “un romanzo avvincente e coinvolgente mosso dalla spinta di far conoscere un mondo e un patrimonio notevole, nascosto per tanti anni”. Daniel Fishman, pur non essendo nato e vissuto in Egitto (è difatti nato a Bradfort in Gran Bretagna), è stato profondamente colpito dai racconti di suo nonno Edmondo, lui sì nato e vissuto al Cairo e li ha rielaborati nella propria fantasia. Dopo ricerche impegnative, durate una decina d’anni, su documenti d’epoca e dopo aver raccolto testimonianze dirette, è riuscito, grazie a spiccate doti narrative, a scrivere un romanzo che vanta “una ricchezza di personaggi, ben profilati, ma pieni di contraddizioni, dubbi, aspetti cangianti” che ben rappresenta il mondo composito e colorito della prima metà del novecento egiziano che, come dice Magdi Allam nella sua prefazione, è purtroppo diventato “grigio e uniforme”.

Sai Caterina, lo scopo del libro di Fishman – che ti manderò a breve – è far sapere al grande pubblico che, poco lontano da noi geograficamente e in un tempo poco distante dal nostro, l’Alessandria d’Egitto di allora è il caso più riuscito di società multietnica. E noi ci siamo vissuti in mezzo. Pensa che fortuna. I segreti del successo, ben evidenziati da Magdi Allam nella prefazione al libro di Fishman, si possono riassumere nel primato della persona, nel rispetto delle diversità e nella condivisione dei valori comuni. La cultura dell’Egitto di allora era data dall’intreccio delle tante culture presenti e così pure l’arte. Certo il contributo degli italiani è stato notevole, specialmente nella partecipazione alle imprese edilizie (vedi il lungomare, la “corniche”, di Alessandria da parte di Dentamaro) e la diffusione dell’opera lirica (ricordi quando ho cantato nella Carmen di Bizet con il coro della scuola Don Bosco?).

Uno degli esempi più curiosi del livello d’integrazione raggiunto è quello “strano linguaggio”, che Fishman definisce “risi e bisi”: un’incantevole misto di arabo, turco, italiano, greco, francese dove, a seconda dell’occasione, prevalevano i termini dell’una o dell’altra lingua.
Grande esempio di “laboratorio d’integrazione” erano i cortili degli istituti scolastici (don Bosco, Saint Gabriel, Saint Marc, la Scuola tedesca, il Sacred Heart, Besançon), dove ragazzi di ogni provenienza si scambiavano di tutto: dalle abitudini e tradizioni alle figurine.
Lo erano pure le strade, i cortili e le stesse case dei vicini. Ricordi quel pomeriggio quando ci siamo ritrovati a casa nostra, con ragazzi ebrei, musulmani e cristiani a guardare diapositive sulla vita di don Bosco proiettate con una lanterna magica da noi costruita?
Era normalissimo, per un ragazzo ebreo o per un musulmano, frequentare le scuole cristiane; era tradizione diffusa farsi visita e scambiarsi gli auguri durante le feste religiose, cogliendo l’occasione per offrire e degustare le specialità tradizionali di ogni comunità.

Il Cairo o Alessandria di una volta possono essere paragonati a qualsiasi città italiana o europea. Via El Falaqui, “il chilometro d’oro”, allora “gotha economico dove si produceva, spendeva e gestiva gran parte della ricchezza dell’Egitto”, può essere qualsiasi via principale di una metropoli attuale. Ti invito a “ripassare” questo notevole patrimonio, così ben descritto nel romanzo di Daniel Fishman, per farne tesoro e raccontarlo a tua volta. Chissà che non ci aiuti, noi ora Italiani d’Italia, nello sforzo di apertura verso gli altri, specie se stranieri, e non alimenti in noi qualche curiosità in più verso la loro cultura e la loro lingua…? Insh Allah…

Orlando

2 Commenti

  1. Paola

    La mia famiglia e’ legata a quegli avvenimenti
    di fine anni 50… Io stessa sono nata al Cairo.
    Alessandria e’ sempre rimasta nel mio cuore…
    Nel 1976 ho fatto tutta la ‘corniche’ in bicicletta,
    bravando i tratti di strada fra le automobili!
    Chi conosce il traffico del Cairo e di Alessandria
    puo’ capire! Sono felice di sapere che ci siano
    altri che si considerano, come me, fortunati di aver vissuto momenti bellissimi in questa favolosa citta’. Dalle storie che mi raccontava mia
    madre, di lei e dei suoi cugini, traspariscono
    immagini di pomeriggi caldi, con limonate fresche, e risate di bambini che non volevano fare la siesta! Parecchie volte, negli anni 60, tra quelle risate, c ‘erano anche le mie…
    Le posso ancora sentire, con la voce occasionale
    di un ‘grande’ che diceva ‘Basta, non riusciamo
    a dormire!’.

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      Grazie Paola per avermi fatto riprovare il brivido del contrasto tra il caldo dei pomeriggi ad Alessandria tra gli anni 50_60 e la frescura di una bibita, spesso un orango o un lemongo, estratti dalla tallaga (antesignana del frigorifero e, per chi non lo sapesse, composta essenzialmente da una scatola contenente un tubo a serpentina sul quale veniva messa una “balata” di ghiaccio comperata dal relativo venditore) certo che la mia “shella” (combricola) marinava spesso la siesta pomeridiana per andare a trascorrere l’intero pomeriggio al cinema Cleo rimediando con poche piastre ben due lungometraggi durante i quali succedeva di tutto: dal aks (tacchinaggio) alle ragazze, ai commenti ed alle risate a squarcia gola per non parlare degli urli per qualche “far” (topo) che attraversava la sala. In alternativa si andava a giocare a calcio nientemeno che nel sottopassaggio che conduceva alla corniche (lungomare)! Spesso quando racconto certi aneddoti, specialmente ai giovani, restano imbambolati e mi dicono: “quando ti ascoltiamo ci sembra di vedere un film”!

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