IL GIRO DEL MONDO … SUL CAMPO IN CEMENTO

Claudio, Luigi e Daniele sul famoso campo di Basket, tennis, pallavolo, palla avvelenata…


Sergio all’opera!

IL GIRO DEL MONDO… SUL CAMPO IN CEMENTO

Leggendo avidamente il resoconto delle vacanze a Beirut di Marina per il suo 50esimo (non ci crede nessuno, come sua sorella ne dimostra almeno quindici di meno) mi sono imbattuto nel suo ricordo del «Coach» Righetti. E sono ancora fresco dei riferimenti al basket femminile d’antan fatti da Paola, che ha avuto la possibilità di partecipare a qualcosa che io avrei sempre sognato: dei pick-up games presso il campus di una università& americana. Certo non Duke o North Carolina, ma pur sempre la AUB.

Poi ci sono le foto sbiadite di squadre e squadrette su quell’incredibile campo di cemento abrasivo, che fanno tenerezza e nostalgia.


Così, dopo avere scritto per il sito qualche riga idiosincratica e credo pochissimo apprezzata sulle attività modellistiche – e non solo – di noi ultimi interni, mi viene la tentazione di ricordare quel che riesco di qualcosa che fu per me fondamentale. L’incontro con lo sport più bello, spettacolare e metafisico del mondo, che si consumò in quel cortile, con quei tabelloni sgangherati, con quei palloni di plastica liscia – grazie anche a qualche furtiva incursione piena di aneliti inespressi alla palestra dell’American Community School (ACS).

Si tratta di emozioni contraddittorie. Si fronteggiano la suggestione del ricordo con un filo di rimpianto al pensiero che se fossi stato – che so io, nelle giovanili di una qualsiasi banale squadra di una qualsiasi banale città italiana – qualcuno mi avrebbe forse veramente insegnato a giocare e magari, considerata la mia crescita di poi, avrei potuto diventare un giocatore “vero”, per così dire. Questo mi avrebbe dato un’enorme soddisfazione. Invece, il mancato insegnamento di fondamentali e di tecniche di gioco, l’assenza di metodo e di assistenza di quegli anni mi hanno condannato a restare per sempre un dilettante. Forse era già troppo tardi. E in ogni caso probabilmente non ho mai avuto un’indole adatta alla competizione sportiva. Ma tant’è. E almeno ero a Beirut.

In ogni caso, quando il venerdì sera mi allaccio cavigliera e scarpe, prego il cielo che gli avversari non siano troppo giovani e che mi vengano conservati almeno ancora per un poco legamenti, cartilagini, menischi e quant’altro, sancisco una continuità ideale con il goffo ragazzino con i piedi in dentro che passava ore in quel cortile assolato a fare partitelle e giocare a giro-del-mondo, cercando di mostrarsi abile in qualcosa di fronte agli occhi dei compagni e soprattutto delle compagne. Non che ci riuscissi più di tanto.

Naturalmente non ricordo bene esattamente quando cominciò. E’ però bene ricordare il campo, per molti versi straordinario.  Passi per il cemento, era normale per un campo all’aperto, ma se chiudo gli occhi e mi concentro – qualcuno mi dica se sbaglio – riesco a vedere che l’angolo superiore sinistro andava a morire nel muro della scuola, poco prima delle scale per scendere in refettorio, mentre una qualsiasi azione un po’ plastica nei pressi dell’angolo superiore destro poteva portare a un pericoloso impatto con i bordi spigolosi del lungo lavandino appoggiato alla casupola- chiosco di Afif. Sul lato che dava verso il campo da calcio – e che era quindi spesso ricoperto di sottili strati di sabbia scivolosa – a un certo punto si incontrava un …albero, che era parte integrante del campo da gioco e che andava possibilmente evitato. Nel lato sinistro si insinuava poi il campo di pallavolo, occasionalmente utilizzato per partite di altri diversi sport. Considerando la confusione di quel cortile, era molto improbabile che giocando a basket non si incrociassero passanti, praticanti di altre discipline sportive, compassati gatti di Afif, palloni e palle di vario genere.

Credo di essere stato spinto verso il basket dal mio pressoché totale insuccesso nel calcio. Anche i ragazzini meditativi e introversi hanno bisogno di muoversi ogni tanto; e in un contesto di oratorio chi si apparta è spesso malvisto, c’è una forte coazione a partecipare ad attività e sport di gruppo. Non avevo speranza. Ero troppo alto, lento e scoordinato per poter mai pensare di giocare a calcio. Le mie prove furono modestissime e credo mi desse anche fastidio sporcarmi continuamente di sabbia. La pallavolo l’ho sempre trovata noiosa. Restava la pallacanestro. Di Nino Righetti mi ricordo. Era relativamente alto e veniva in cortile con una tuta azzurra con stemma italiano che allora impressionava molto. Anche di Guarracino mi ricordo vagamente. Forse è il primo che ricordo indossare quella che divenne poi la nostra divisa, gialla con i bordi blu. Allora non lo sapevo, ma si trattava dei colori dell’Ignis Varese. C’erano poi vari chierici, di quelli bravi in tutti gli sport – e Giorgio Dandolo, che giocava piuttosto bene.

Uno dei miei compagni di stanza di allora, Enrico Ruggieri, cui piaceva molto assumere la parte del grande e che aveva sviluppato tutta una recitazione di se stesso come giocatore di basket, si compiaceva di darmi lezioni su cosa avrei dovuto fare o non fare. Aveva un’esagerata tendenza a pestare i piedi per terra in modo plateale sotto canestro dopo i rimbalzi, accucciandosi e buttando il sedere in fuori. Si impadroniva della palla in modo platealmente aggressivo e rumoroso, per incutere timore e rispetto in avversari e compagni. Non combinava granché, ma io ero abbastanza impressionato. Ogni tanto mi ritrovo ancora a sbattere le mani contro il pallone e a pestare i piedi per terra. Credo sia il ricordo inconscio del buon Enrico, con ginocchiere, polsini e smorfia di autocompiacimento, a influenzarmi ancora adesso.

Pian piano cominciai a giocare spesso e sviluppai in assoluta autonomia una meccanica di tiro passabile. Venni presto rapito dallo stile e dall’estetica insiti nella pallacanestro anche ai livelli più umili. La curva perfetta della palla che penetra il retino, la tensione metafisica verso l’alto, la danza potente dei giocatori. In breve mi piacque così tanto che non vedevo l’ora di esprimermi fisicamente attraverso quel gioco. Poi crescevo a vista d’occhio e acquistavo forza. Di quei pomeriggi passati in cortile a sudare e a divertirmi conservo una bellissima sensazione che non mi ha mai più abbandonato, quel senso di stanchezza appagata e serena che soltanto un buon allenamento può dare e che costituisce una delle poche soddisfazioni vere della vita. E allora non mi facevano male le ossa, come adesso.

Dal punto di vista dei Salesiani, questo era positivo. Finalmente anch’io facevo sport e davo l’impressione di divertirmi. Un giorno, mentre stavo scendendo le scale per andare a giocare,  mi fermai a parlare con Don Moroni, che con la sua inconfondibile tonaca e il suo nobile sguardo lombardo sorvegliava dall’alto il cortile. Mi fece capire che era molto sollevato dal vedere che invece di starmene da solo in qualche angolo finalmente mi appassionavo a qualcosa e mi mettevo a correre e a saltare. Sì, stavo proprio cambiando: e Beirut stava iniziando a mostrarmi il suo lato migliore.

Nessuno di noi sapeva minimamente giocare a basket, e nessuno era in grado di insegnarci a farlo, ma il basket da playground, libero e istintivo, ha sempre avuto un suo grande fascino. Nel cortile si incontravano i soggetti più disparati e io ero molto invidioso di tre ragazzi della sezione americana che giocavano spesso tra di loro e più raramente con noi. Intanto avevano a che fare con l’America – e questo con la pallacanestro aiuta sempre – e poi avevano dei buoni movimenti, che mi convincevano. Uno era credo yugoslavo e si chiamava mi pare Dejan.  Molta scena, ma era alto e sapeva giocare. Con lui c’erano sempre un biondo con i capelli lunghi, che aveva un buon tiro, e un ragazzo di colore piuttosto basso, che era una sorta di playmaker. Si vedeva che erano stati in contatto con il basket vero.  Si atteggiavano in movimenti plastici e dinoccolati, anche se era più apparenza che altro. Li invidiavo anche perché erano nella sezione americana e godevano di quella che a noi allora sembrava una libertà assoluta, oltre che di una relativa promiscuità rispetto alle numerose e non di rado graziose compagne.

La nostra attrezzatura era di una semplicità commovente. Canottiere colorate comperate nei pressi di Hamra che stingevano al primo lavaggio (quando poi ebbi la divisa della squadra della scuola i bordi blu scolorarono subito sul giallo, con  mio immenso dispetto…) pantaloncini stretti come si usava allora e soprattutto le scarpe cinesi di tela, che tutti avevano e che erano di fatto piuttosto robuste (venivano usate anche per giocare a calcio). Ogni tanto se ne comprava un paio nuovo perché il cemento le consumava comunque. Non credo di avere mai visto neppure un modesto paio di Converse di tela – e comunque su quel campo non ne sarebbe valsa la pena. I palloni migliori erano dei Mikasa di gomma che oggi mi rifiuterei di toccare, ma quando – raramente – ne arrivava uno nuovo eravamo molto soddisfatti.

E poi improvvisamente arrivarono loro. Non so se fossero libanesi, palestinesi o cos’altro. So che compresi subito che questi – pur nei limiti del contesto – sapevano giocare veramente. Nei lunghi pomeriggi dei giorni di festa si cimentavano in interminabili partite, organizzate e spettacolari. Erano decisamente più forti degli italiani come degli americani. Due di loro mi sono rimasti impressi indelebilmente nella memoria: Tawfik, dai capelli con una sfumatura rossastra e la carnagione chiara, è stato il primo vero tiratore che io abbia mai visto. Si alzava in sospensione in modo armonico e imprimeva alla palla una parabola piuttosto arcuata e un forte effetto. Segnava da dovunque. Ma più di lui il suo inseparabile compagno Ziad, dall’aspetto pienamente mediorientale, forte come un torello e con i movimenti elastici di un gattone: un giocatore, per quei tempi e per quel luogo, eccezionale. Mi beavo di vederlo giocare dal balcone della mia camera, dalla quale, sporgendomi, potevo avere una visione d’insieme del campo. In seguito ebbi anche il privilegio di fare qualche tiro con loro e persino di giocarci insieme – avevano qualche anno più di noi ed erano – per così dire – “grandi”. Non erano molto alti, ma erano dei veri giocatori da playground. Per quanto non li abbia mai realmente conosciuti, mi sembravano anche delle gran brave persone e la loro felicità nel gioco era contagiosa: avrei potuto osservarli per ore.

Mi misuravo con avversari molto più modesti e a volte mi ritrovavo a giocare uno contro uno con Claudio che – mi perdonerà se dico questo – pur con la determinazione che già allora metteva in ogni cosa non aveva esattamente le caratteristiche morfologiche del cestista. Ricordo con molto piacere qualche demenziale quanto esilarante partita “mista” con le ragazze, nel corso delle quali si verificava persino qualche minimo contatto fisico. Paola giocava a basket spesso e con convinzione. Gabriella era pestifera e praticava con accanimento una difesa molto fisica, che metteva in difficoltà, anche per il gran ridere. A quei tempi Gabriella era un vero maschiaccio. Una volta durante una gita mi corse dietro tenendo una lucertola per la coda e manifestando l’intenzione di infilarmela sotto la maglietta. Un po’ tutti giocavano o facevano qualche tiro. Io cominciavo ad avere una maggior fiducia nei miei mezzi, crescevo e mi muovevo meglio. Avevo anche un tiro non male e naturalmente arrivavo più in alto degli altri.

Ma l’evento clou nel mio apprendistato fu il primo confronto con il mondo perfetto delle idee. Claudio ed io, come ho già scritto altrove, gironzolavamo per Beirut con tutta la curiosità di chi vive da anni in collegio e finivamo sempre nei pressi dell’ACS e dell’AUB, che osservavamo dall’esterno anelando a tutto ciò che ci pareva di poter sbirciare al di là del muro della scalinata che scendeva al mare (allora c’era un muro, adesso non so). Cercavamo di immaginare quell’esistenza che ritenevamo piena di attività, libertà, ragazze, studi complicati ed esperienze vagamente adulte. Poi tornavamo alla nostra camera di collegio. Per me divenne e rimase il paradigma dell’esclusione, della lontananza dall’Essere, del mito della caverna. Claudio, con pervicacia e in anni successivi frequentò prima Thea, allieva dell’ACS e sposò poi Oona, allieva dell’AUB. Quello che però capitò un bel giorno fu che ci entrammo, nell’ACS, e per vedere una partita di basket.

Riesco a malapena a ricordare l’emozione profondissima di quel pomeriggio. Di fronte a me, oltre a una serie apparentemente sterminata di studentesse americane interessanti, c’era una vera palestra, con una tribuna per gli spettatori, il fondo in parquet e il nome ACS Knights in gran rilievo. C’erano persino le cheerleaders e credo forse anche i tabelloni in plexiglass (ma forse esagero e non c’erano..).  Fu una cosa incredibile.  Non avevano la maglia gialla con i bordi blu ma la maglia blu con i bordi gialli – ed era una maglia vera. Avevano anche delle scarpe vere, delle strategie di gioco, un allenatore. Perché non potevo fare cambio con loro?

Devo dire che non ricordo neppure quale fosse la squadra che giocava contro di loro, se fosse la nostra o se fosse qualcun altro. Vinsero i Knights, naturalmente. Ci furono altre partite, che io vidi sempre da spettatore e sempre più coinvolto dall’atmosfera eccezionale di quel posto. Poi un bel giorno fummo noi a giocare contro di loro  – intendo dire la scuola, io non facevo parte della squadra dei “grandi”. Ma c’era una novità: nella nostra squadra giocavano questa volta anche Ziad e Tawfiq. Fu con un certo stupore che gli americani si accorsero che avrebbero avuto qualche difficoltà. Cercarono di rimediare attraverso il loro bravissimo playmaker, un ragazzo biondastro che probabilmente era venuto su nel Midwest a pane e pallacanestro, e con una direzione arbitrale un po’ troppo amichevole. Ma i nostri li avrebbero sicuramente battuti – ne sono convinto ancora adesso – se Tawfiq, dopo avere infilato uno dei suoi soliti tiri da fuori, non fosse ricaduto male e pesantemente sul parquet, lanciando un agghiacciante urlo di dolore che fece impallidire le ragazze sugli spalti. Venne portato via in barella: rottura del legamento crociato, credo. Per mesi venne in cortile con la gamba ingessata e le stampelle, tentando qualche timido tiro da fermo. Naturalmente perdemmo quella partita, e non ne ricordo altre. Ma un giorno, non molto prima che io me ne andassi da Beirut per sempre, mi passò accanto Ziad, dicendomi che alla loro squadra “libanese” mancava un giocatore e dovevano andare a fare una partita proprio contro l’ACS: avevo voglia di andare con loro? Non ricordo bene quali fossero le circostanze, forse avevo un altro impegno o forse semplicemente non mi sentivo all’altezza, sta di fatto che non andai, accampando qualche scusa. Si tratta di uno dei grandi rimpianti della mia vita. Ziad mi aveva ritenuto degno di giocare nella sua squadra, sul campo dell’ACS e io non ci ero andato. A questo non è mai più stato possibile rimediare.

Sì, alla fine, in cortile, giocavo anche con loro e contro di loro. Stavo migliorando e crescendo ancora.  Ma era troppo tardi, il tempo era scaduto. Tutto questo me lo sarei lasciato dietro per sempre. Avevo appena compiuto 15 anni e non avevo ancora la maturità fisica per dire la mia su un campo di basket. Se quel tempo avesse mai potuto prolungarsi e io fossi stato in condizione di proseguire il liceo a Beirut, non dubito che avrei potuto togliermi parecchie soddisfazioni e magari anche suscitare l’interesse di qualcuna di quelle spettatrici dell’Acs. Ma non è andata così.

Poco dopo il ritorno definitivo in Italia, all’inizio della lunghissima estate da rimpatriato, acquistai il mio primo numero di quella che allora era la più diffusa rivista italiana di pallacanestro. Incontrai per la prima volta squadre, maglie, protagonisti e rivalità che mi appassionarono per qualche anno. Verso la fine della rivista però, un salto di qualità e di interesse: una bella foto ritraeva il grande Rick Barry mentre si alzava plasticamente in sospensione, fronteggiato da Wes Unseld: era il 1975 e i Golden State Warriors avevano appena vinto il titolo NBA contro i Washington Bullets. Non sapevo ancora praticamente nulla di tutto questo ma quella foto mi aveva subito stregato. Non era un caso che la divisa dei Warriors indossata dal divino Rick in quella occasione fosse giallo oro, con i bordi blu. Ancora oggi resto un accanito tifoso dei Golden State Warriors, benché dopo il 1975 abbiano combinato poco. Tutto questo si spiega, ne sono certo, con la nostra maglia e con l’ACS.

Il periodo successivo al rientro in Italia fu per me piuttosto duro. Nel mio secondo collegio giocai un po’ a basket, ma tutto era così deprimente e mi mancavano gli stimoli giusti. Per un certo periodo mi allenai con le giovanili della Lovable, la squadra di Bergamo che allora era in serie B ed era sponsorizzata da una ditta di indumenti intimi femminili – cosa che creava un qualche imbarazzo. Ma nessuno mi aveva mai insegnato cosa fosse il gioco organizzato, facevo una gran fatica e non riuscivo a conciliare gli orari del collegio. Avevo troppi problemi miei e alla fine lasciai perdere, non senza essermi misurato una sera in una sfida individuale con un ragazzo che avrebbe poi giocato per molti anni in serie A e dal quale fui ovviamente sconfitto.

La passione per il basket però mi rimase.  Dopo molti anni in cui mi ero dedicato più ai libri e ai dischi che allo sport un amico mi introdusse a una squadra di ragazzi che provenivano chi più chi meno da squadre “vere” e che si trovavano tutti i venerdì sera  nella palestra di una scuola per allenarsi e disputare campionati amatoriali. C’erano anche, talvolta, trasferte in altri giorni della settimana. Ero alto, saltavo parecchio, disponevo a questo punto di una notevole forza fisica e non tiravo male: decisero di farmi giocare con loro. Sono passati più di 25 anni e lo faccio ancora.

Sono stato fortunato. In tutti questi anni ho potuto divertirmi e scaricare la tensione – anche nei momenti più difficili – almeno una volta alla settimana. Ho potuto correre, saltare, farmi una bella sudata e andare a mangiare la pizza con un gruppo di amici che, pur non avendo sostanzialmente quasi nulla in comune con me, mi sono carissimi e mi vogliono bene. Si tratta di una delle esperienze più sane e felici della mia vita, e ne sono grato al destino. Ed è anche andata bene dal punto di vista fisico: in fondo la rottura del gomito sinistro, la semi-distruzione della caviglia destra e un po’ di cartilagine consumata qua e là sono ben poca cosa per tanti anni di gioco.

Certo, non ho mai imparato a giocare veramente bene – era troppo tardi – e non sono mai stato sufficientemente concentrato o aggressivo.  Ho sempre preferito un basket estetizzante e ricreativo, di quelli dove non si picchia mai nessuno. Ma ho avuto i miei buoni momenti e le mie giocate spettacolari. Forse sarebbe bastato proprio poco per diventare un giocatore vero. Adesso naturalmente questa è pura accademia: tra pochi giorni compirò  50 anni ed è veramente un miracolo che con qualcuno dei miei compagni ancora si riesca a correre in qualche modo su e giù per il campo la sera e ad alzarsi dal letto la mattina dopo. Questi anni devono averci fatto bene: c’è gente della nostra età messa molto peggio e noi vinciamo ancora spesso anche contro squadre assai più giovani. Ma, come avvertono gli ortopedici, anche se bisogna farlo, lo sport fa male.

Sono tanti anni che dico che devo appendere le scarpe al chiodo, che faccio troppi sforzi e che prima o poi mi farò male veramente. Ormai sono la caricatura di un giocatore. Faccio fatica a toccare il ferro, e la caviglia non mi sostiene più. Eppure non ho la forza di smettere: non solo per via della birra e della pizza con gli amici il venerdì sera, ma soprattutto per lo sconforto del dovere ammettere a me stesso che sono diventato vecchio, e che il cortile della scuola e il campo dell’ACS sono sempre più irrimediabilmente lontani.

Sergio “Basket” Daneluzzi

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