PRETI SPOSATI : A PROPOSITO DI CHIESA & LITURGIA, FEDE & OPERE, don Gianni risponde…

da | 26/04/2017 | SACERDOTI E CELIBATO | 0 commenti

Foto Michał Grosickiy


Qui di seguito una risposta, “Allargando il cerchio d’onda” come dice giustamente l’autore del testo, di don Caputa a tutti noi dopo la sventagliata di risposte e contro-risposte, proposte e simili, da parte di coloro che avevano qualcosa “da aggiungere” a quanto scritto da don Gianni nel suo articolo di apertura del dibattito che ci sta interessando da qualche settimana a sta parte…

Diamo atto a don Gianni per aver sempre trovato un attimo per rispondere a tutti e, anche se l’ho già ripetuto una miriade di volte, se avete voglia di rispondere e/o di continuare la discussione, siete sempre i benvenuti, mano alla penna e aspettiamo, con il mouse in mano per essere pronti a qualsiasi evenienza, tutto quello che passa il cortile di Beirut o El Houssoun…

Diego

Er Webmaster..., SSB

Come la pensa don Gianni, secondo episodio

Allargando il cerchio d’onda

A PROPOSITO DI CHIESA & LITURGIA, FEDE & OPERE

Concordo con Diego: la discussione su “sposati preti e/o preti sposati” si è allargata ad altri temi che sono di primaria importanza: la fede e le sue espressioni o deviazioni religiose, la Chiesa contemporanea credibile o discutibile… Alcuni di voi si sono espressi con grande franchezza. Vorrei aggiungere alcune mie considerazioni, continuando a frequentare questo nostro cortile virtuale, sicuro che (come diceva Italo Calvino) “quando si entra in piazza, ci si trova partecipi di un dialogo”, sempre arricchente.

Il latino e il “gregoriano” restano un patrimonio inalienabile della Chiesa Cattolica. Ma da tempo si sono dimostrati una crisalide incapace di racchiudere tutti i tesori di fede e di pietà che chiedono di volare liberi. Basta pensare a san Francesco d’Assisi col suo “Laudato sii o mi’ Signore…”, Dante Alighieri “Vergine Madre, figlia del tuo figlio …”, Jacopone da Todi “Donna de’ paradiso” … Venendo alla musica “sacra” o “di chiesa”: certo, il Gloria di Vivaldi e il Magnificat di Bach sono sublimi, ma quando quest’ultimo volle raccontare in musica e canto la Passione di Gesù secondo Giovanni o Matteo, usò il Tedesco, e lo stesso fece Händel usando l’Inglese per il Messia. Altri capolavori “intraducibili”: le poesie religiose che Giovanni della Croce scrisse in Castillano o le rappresentazioni drammatiche di P.Claudel in Francese. Alfonso de’ Liguori compose i più bei canti natalizi in Italiano (“Tu scendi dalle stelle”) o in napoletano (Quanno nascette Ninno a Betlemme, era notte e pareva miezo juorno”) che ancora parlano a istruiti e illetterati, grandi e piccoli. Per me sardo i canti polifonici “in limba logudoresa” (“Deus ti salvet Maria” e “Perdonu Deus meus”, ai quali tutto il popolo si unisce coralmente) sono da secoli tra le espressioni più alte della nostra religiosità… Anche solo da questi pochi esempi è evidente che il gregoriano non è l’esclusiva forma di preghiera e di canto liturgico né il Latino l’unica lingua adatta ad esprimerli. Utile ricordare che lo stesso papa Gregorio nel luglio 601, tra le direttive date ai monaci Latini da lui inviati in Inghilterra, raccomandò di rispettare i diversi usi liturgici che erano stati introdotti da evangelizzatori provenienti da Irlanda, Scozia e Gallia, perchè – spiegava – l’unica fede si esprime legittimamente nella pluralità di forme che diversamente la arricchiscono. Non per nulla gli è stato attribuito il titolo di “Magno”!

In Occidente, le lingue vernacole nella liturgia furono introdotte già nel V secolo: S.Agostino predicava anche in lingua Fenicio-Punica, nel sec. VIII San Beda usa l’Anglosassone, nel IX i santi Cirillo e Metodio addirittura inventano una nuova lingua per evangelizzare le popolazioni Slave. Venendo più vicino a noi: già negli anni 1930 venne approvata la cosidetta “messa dialogata” e l’uso del messalino bilingue. Pio XII riformò la Veglia Pasquale e, se la guerra non glielo avesse impedito, stava preparando la riforma dell’intera liturgia tridentina per adattarla ai nuovi tempi. Dunque nel 1962 il Concilio Vaticano II si trovò molto materiale già pronto, per cui non è un caso che la prima costituzione da esso approvata fu proprio sulla Liturgia, contenente i principi per la riforma della messa, del breviario, dell’anno liturgico … Quindi non è corretto parlare (forse con una puntina dispregiativa) di “riforma Montini & Bugnini” come se essa fosse parto arbitrario del loro cervello. Essi eseguirono quanto i Padri Conciliari (oltre duemila, provenienti da tutto il mondo) avevano approvato, avviando la traduzione della Bibbia liturgica, del Messale, introducendo nei lezionari festivo e feriale quasi il 95% dei libri Biblici, Antico Testamento compreso, mentre nella messa tridentina il prete leggeva meno del 20% e spesso ridotto ad alcuni versetti.

È innegabile che, nonostante i suoi limiti, la liturgia tridentina ha formato generazioni di santi, tra i quali Francesco di Sales e Don Bosco. Ma lo Spirito che ha guidato la Chiesa in quei secoli non è andato in pensione. Per diventare santi e per avere una liturgia degna non è necessario tornare indietro ricopiando l’unico modello tridentino. Chi pretende di farlo, rischia di cadere nell’anacronismo e nell’archeologia liturgica. Mi viene in mente l’incontro fortuito che qualche anno fa ebbi a “Casa Santa Marta” in Vaticano (allora ero segretario della commissione bilaterale fra S.Sede e Israele, e per i negoziati risiedevamo lì…). Una distinta signora genovese mi diceva che stava studiando attentamente e ricopiando i paramenti liturgici che i papi indossavano nel periodo tridentino con l’intenzione di riprodurli tali e quali e farli indossare a Papa Ratzinger: design, stoffe, decorazioni, minimi dettagli … Povero Papa, forse anche voi avete visto alla TV quella volta in cui il pesante piviale gli si sfilò di dosso e rimase lì, mentre lui si muoveva.

Il Vaticano II ha voluto una liturgia nobile nella sua semplicità, non appesantita da elementi cerimoniali ma ripiena di contenuti biblici, espressi nelle varie lingue parlate e capite, non solo dal clero ma dalla gente comune, che perciò è in grado di partecipare con frutto. In questo modo ha inteso sanare la prima delle cinque piaghe che nel 1848 A.Rosmini denunciava nella santa Chiesa: la separazione tra clero e laici nella liturgia. Il Concilio ha pure invitato a creare nuove forme di arte sacra (architettura, pittura e scultura, canto e musica …) e Paolo VI ha valorizzato numerosi artisti contemporanei. Bisogna essere ciechi e sordi per non accorgersi che spesso siamo ancora lontani dall’aver raggiunto il livello ottimale; e tuttavia diamo tempo al tempo, il mondo non è stato creato in un giorno! Sarebbe una offesa alla verità negare che ci sono celebrazioni sciatte, preti incompetenti o trascurati (come ce ne sono stati sempre e un po’ dovunque, tanto che la seconda piaga indicata da Rosmini era la inadeguata preparazione e l’ignoranza dei preti). Ma non sono essi che alla fine lasciano il segno e cambiano la storia. E poi, tocca anche a voi laici educare noi, vostri preti! O no?

Torno agli anni di El-Houssoun: don Del Mistro era un musico raffinatissimo ed esigentissimo, diplomato al conservatorio, amante del gregoriano. Ma quando si chiuse il Concilio Vaticano II egli musicò un Oratorio per voce recitante, solista e coro, su testi italiani composti da don Forti. Non vi dico la gioia e la potenza con cui Erando Vacca e noi chierici suoi compagni lo eseguimmo. Chiedete a don Nicola Masedu. Vengo a Beirut: tutti ricordiamo don Carlo Moroni, un prete a tutto tondo, celebrava con signorilità e predicava con competenza, amava il gregoriano e la messa in latino; ma questo non gli impediva di accogliere le ragionevoli richieste vostre/nostre, così da permettere ai vari Marradi, Bonapace, Dado, Tojo e poi Amadeo, Marusso, Volo … di suonare la pianola e le chitarre per accompagnare i nuovi canti in italiano (raccomandando: “Abbassate il volume, per favore!”). Dunque: progresso nella tradizione.

Forse negli anni ‘70 si è fatto lo sbaglio di passare troppo rapidamente da una liturgia all’altra. Tuttavia oggi non ha senso opporre messa tridentina contro messa vaticana. Voi vi sentite di lodare il Signore celebrando la prima, perchè conoscete il latino, sapete cantare in gregoriano …: pace a voi, godetevi la libertà dei figli di Dio! Ma non disprezzare gli altri (che, a prescindere, costituiscono la stragrande maggioranza). Sono due forme legittime di liturgia, con la importante precisazione che la seconda deve restare ordinaria, e la prima straordinaria. Infatti già Giovanni-Paolo II aveva riconosciuto la possibilità di celebrare nell’una o nell’altra forma, e 10 anni fa Benedetto XVI ampliò al massimo tale facoltà. L’attuale Papa Francesco l’ha confermata, ma ha anche aggiunto che sono assolutamente da evitare gli atteggiamenti “autoreferenziali” da una parte o dall’altra, e peggio ancora le condanne spiccie di eresia rivolte a chi celebra diversamente. Parafrasando S.Agostino e Gregorio Magno: “Unità nelle cose essenziali, libertà in quelle secondarie, carità sempre e in ogni cosa”.


Il secondo tema “tirato in ballo” da alcuni partecipanti alla nostra conversazione è la misericordia come “cuore” e messaggio centrale della vita cristiana. Dico subito una cosa lapalissiana: questa non è una invenzione di Papa Francesco, né tanto meno una deviazione in materia di fede e costumi. Già Giovanni XXIII all’apertura del Concilio enunciò programmaticamente che la Chiesa come madre preferiva la medicina della misericordia alla severità delle condanne (le quali erano già state date…!). E Paolo VI alla conclusione, sfidando sia l’umanesimo ateo (ad extra) sia i suoi oppositori di destra e di sinistra (ad intra), dichiarò che la religione del Concilio era quella del Buon Samaritano, cioè di Gesù stesso che si ferma a prendersi cura della umanità ferita, smarrita, orgogliosa dei suoi reali o pretesi traguardi, e sempre sull’orlo dell’autoannientamento … Dunque non un buonismo cieco davanti ai mali, numerosi e gravi! Ma neppure un fare il verso ai “profeti di sventura” che nel mondo moderno non vedono altro che corruzione e perdizione! Su questa stessa linea della divina misericordia ha camminato decisamente Giovanni-Paolo II e lo hanno seguito fedelmente i suoi successori Ratzinger e Bergoglio. Non c’è alternativa: Gesù dice che l’amore verso tutti, anche i lontani, perfino i nemici, è il distintivo dei suoi seguaci, e che alla fine della vita non saremo premiati perchè avremo cantato i salmi ripetento “Signore, Signore” nel rito pre- o post-vaticano, ma perché avremo praticato le opere di misericordia (Matteo, capitolo 25).

La religiosità popolare lo ha capito benissimo e perciò da secoli ha messo al centro le forme concrete di solidarietà verso i poveri, gli ammalati, i prigionieri, i bisognosi: ospedali, ospizi, lazzaretti, orfanotrofi… “Le Misericordie”, di cui l’Europa e la nostra Italia in particolare possono andare giustamente fiere, sono una delle più convincenti prove del fatto che “la fede viva” opera attraverso la carità verso i bisognosi, altrimenti resta una cosa morta, un cadavere, magari rivestito di paludamenti cerimoniali. Lo hanno capito benissimo le centinaia di ordini e congregazioni religiose, sia quelle che si dedicano ad assistere gli ammalati o a forme di promozione umana, ma anche quelle che si consacrano alla educazione dei giovani, specialmente poveri. Da questo punto di vista la “dimensione sociale” della carità non è un optional. Altrimenti ha ragione chi accusa la religione di essere alienazione e oppio …

Benedetto XVI e Francesco hanno fatto “extra miles” in questo cammino di amore misericordioso: il primo togliendo la scomunica agli scismatici lefebvriani, il secondo riconoscendo la validità dei sacramenti del matrimonio e della confessione da essi amministrati. Sono esempi eloquenti che, sempre e al di là di tutto, la misericordia deve prevalere e tenere unita la Chiesa, fatta di peccatori riconciliati. Se lo capissero anche quei vescovi e cardinali che criticano Papa Francesco, saremmo sulla buona strada per guarire da quelle che Rosmini deplorava come la terza e quarta piaga della santa Chiesa: la divisione fra Vescovi e i loro cedimenti alle pressioni dei politici, per debolezza o per carrierismo.

Ma questo è un altro tema…

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ARTICOLO ORIGINALE DI DON GIANNI

Articolo originale di don Gianni, pubblicato il 20 marzo scorso e che ha registrato una reazione spontanea e appassionata di alcuni di noi.

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Don Gianni

Arrivato a bordo m/n Esperia il 17 ottobre 1963…

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