Pablito Rossi, sempre un campione fino in fondo…

Un altro campione se ne è andato, un’altra vita, un’altra esperienza di vita, il Pablito di noi tutti, l’uomo non solo di una partita qualunque…

da | 11/12/2020 | CITTADINI DEL MONDO | 1 commento

© Foto originale dal WEB

Fine giugno 1982, si parte con la macchina riempita fino al collo, compasso verso l’Italia per qualche giorno di vacanza, siamo in pieno Campionato Mondiale di Calcio e non ci sono troppe soste visto e considerato la situazione della squadra italiana in quel periodo.

Bearzot convoca Pablito Rossi che non giocava più da qualche mese, solita faccenda italo-italiana con il calcio-scommesse anche se c’erano parecchi dubbi su alcuni nomi e alcune vicende, e con Pablito al centro dell’attacco italiano si parte per la Spagna, paese designato come sede del Campionato Mondiale di Calcio per il 1982 appunto.
Come al solito l’Italia gioca male, anzi molto male, durante il girone iniziale, una mania tutta italiana per far aumentare il tasso nervoso ed il battito del cuore a più di mezza Italia che sta guardando il televisore, televisore che per tanti è ancora in Bianco e Nero, stavano arrivando i primi apparecchi a colori ma non erano ancora Urbi et Orbi in quel di Voltabarozzo, comune di Padova sempre.

Giochiamo contro l’Argentina di Maradona e Bearzot ha una idea brillante ma non troppo, fa giocare Gentile in pratica “incollato” a Maradona, cioè se Diego Maradona andava al gabinetto Gentile andava pure al gabinetto e se Maradona si fumava una sigaretta fra un fallo ed un altro, Gentile avrebbe fumato pure una sigaretta. Non proprio un calcio “sportivo” ma come sempre un calcio all’italiana, marcamento a uomo stretto stretto e vai col tango argentino. Si vince 2 a 1, tutto nella ripresa, ripresa che vede gli azzurri giocare a calcio ma non solo con i piedi, si corre, ci si smarca e sbagliamo anche un paio di gol, tutto sotto il controllo di Bruno Conti, una anguilla sul campo talmente riusciva a passare anche per una fessura straordinariamente piccola e imgombrata a dovere.

Arriva la partita di Pablito, contro il Brasile, un Brasile che perdeva poco, anzi quasi per niente, giocavano a calcio tutti i giocatori carioca, favolosamente bravi tutti e con una sola voglia in campo, quella di vincere sempre. Paolo Rossi, dopo tre partite di girone qualificante e la partita contro l’Argentina, sempre a secco, qualche balzo a destra e a sinistra ma pochi tiri in porta ma sempre con tanta voglia di partecipare all’azione della squadra, in maniera corale.
Paolo diventa Pablito in questa partita, lascia di stucco anche Bearzot, che era riuscito a tenere i giornalisti fuori dal ritiro dell’Italia dopo le prime tre partite, tutte con commenti negativi da parte degli esperti e meno esperti, come in pratica 90% degli italiani davanti al televisore.
Pablito segna le tre reti con cui l’Italia batte il Brasile, Brasile che doveva solo pareggiare per passare il turno, tre reti d’antologia per rapidità di esecuzione, farsi trovare al posto giusto al momento opportuno, con la consapevolezza di non essere secondo a nessuno, una montagna di uomo, una montagna di sportivo.

Ecco, la “stella” Pablito è nata quel 5 luglio del 1982, dopo quei tre goal, dopo quattro partite giocate prima di questa senza segnare una sola rete, dopo aver passato più di un anno a guardare gli altri giocare, una specie di penitenza, chiamiamola così. Anche se era già famoso per le scorribande con la maglia del Vicenza prima e Perugia dopo, aspettando la Juve di Boniperti e Trapattoni. Vinse il Pallone d’Oro del 1982 non solo per i gol segnati durante il Mondiale in Spagna, ma anche per la sua statura come uomo prima e come calciatore poi.

Grazie alla moglie, che lo ha sempre spronato a farlo, Pablito ha scritto anche due libri, “Ho fatto piangere il Brasile” e “Il mio mitico Mondiale”, la moglie voleva sapere perché quando la gente lo fermava per strada gli parlava solo della partita contro il Brasile, “un fiore all’occhiello della mia carriera” diceva spesso Pablito quando lo interrogavano in proposito.
Ha dato una mano a parecchi, attraverso le canzoni destinate a raccogliere fondi per varie ONLUS, per la FAO contro la Fame nel Mondo. Insomma non è diventato un allenatore, non è rimasto nell’ambito del pallone, aveva altre idee, altri progetti, altre considerazioni personali che hanno dettato la sua vita dopo il pallone di calcio.
Lo hanno ricordato in tanti, hanno scritto in tanti, hanno pubblicato la sua foto sui giornali di mezzo mondo, evidentemente hanno anche parlato dei tre goal al Brasile, ma pochi hanno scritto sulla sua vita dopo il periodo Calcio & Co, era un invitato di lusso da parecchie parti sulle televisioni nazionali per parlare di calcio, di mosse tattiche, di attimi particolari ma ho sempre avuto la sensazione che il calcio in testa era finito nell’attimo di appendere le scarpe al chiodo, la vita continua e quello che hai fatto prima non c’entra più. Anche perché non si possono cambiare sia la storia che gli eventi passati.

“Ei fu”, ha detto uno dei nostri più grandi poeti e scrittori, sembrava coniato anche per il Pablito Rossi, con l’unica differenza che il famoso “Ei fu” potrebbe anche diventare “Ei resta e resterà per sempre”…