Scuola, ricerca e sviluppo: l’Italia è ancora indietro

da | 23/10/2017 | Domus Scientiae Domus Vitae | 0 commenti

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LA SCUOLA, CASA DI VITA E SCIENZA

In questo articolo del fascicolo, si parla di ricerca, di sviluppo e soprattutto del ruolo della scuola per aiutarci a trovare gli sbocchi necessari ad una carriera lavorativa la più idonea alle nostre conoscenze ed esperienze.

In più occasioni, anche su queste colonne, è stato posto l’accento sul ruolo fondamentale della scuola per assicurare lo sviluppo economico e sociale. Viviamo ormai in un una “società della conoscenza” e solo sapendo adeguarci alle sue esigenze la nostra economia potrà competere in un mercato globalizzato.

L’impresa di grandi dimensioni ha le risorse per realizzare al proprio interno attività di ricerca e sviluppo e, conseguentemente, di innovare costantemente processo e prodotto. Questo purtroppo non è sempre vero per le imprese di piccole dimensioni, numerose in tutta Italia, almeno che esse siano capaci di collaborare tra loro, in una regione qualsiasi.

Nel 2015, la spesa per le R&S nell’UE è stata pari al 2,03% del Pil. In Italia è stata dell’1,33%, contro il 2,87% della Germania. Questo fenomeno è anche legato ai livelli di spese per la scuola. La conseguenza più grave delle scarse risorse per R&S è che, secondo gli ultimi dati Eurostat, il tasso di disoccupazione in Italia è tra i più elevati dell’UE, vale a dire dell’11,6% mentre la Germania è ai livelli più bassi, con solo il 4,1%.

Lo studio è considerato un diritto e un dovere. Per la Costituzione italiana la scuola è aperta a tutti e lo Stato deve fornire un’istruzione pubblica. Ai nostri giorni, finita la scuola d’obbligo, lo studente può decidere di continuare gli studi per ottenere il diploma di scuola di secondo grado che permette di iscriversi all’università. Gli studenti meritevoli o con reddito basso, non pagano le tasse d’iscrizione all’università e possono ottenere una “borsa di studio” o altri benefici.

Il tutto, però, dipende dalla capacità di sfruttare queste opportunità, perché in Italia un numero considerevole di giovani non arriva fino alle scuole superiori e all’università. È la pubblica amministrazione che deve saper mettere in pratica iniziative capaci d’indurre i giovani a continuare gli studi.

Uno dei traguardi principali della strategia Europa 2020 è proprio quello di abbassare sotto del 10% la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che abbandona gli studi o la formazione professionale. In Italia, la percentuale dei giovani tra i 18 e i 24 anni che abbandonano precocemente la scuola è intorno al 15%, con una percentuale del 20,2% per i maschi e del 13,7% per le femmine.

Un dato, questo, alquanto negativo rispetto alla media europea (rispettivamente 13,6% maschi, 10,2% femmine).
Va anche detto che, i nostri laureati hanno difficoltà nel trovare lavoro da noi, mentre, grazie all’alta qualità delle nostre Università, lo trovano con facilità all’estero. Il fatto è, che le piccole imprese, che occupano la maggioranza dei salariati, non hanno singolarmente le capacità di sviluppare attività di R&S e, quindi, di innovare costantemente il processo di produzione con l’utilizzo di nuove tecnologie e con personale adeguato.

Ed è anche per questo che i giovani laureati, com’è particolarmente il caso in tante delle nostre provincie, sono obbligati a cercare altrove un posto di lavoro.

Cosi com’è per questo che appunto in alcune, forse sarebbe più giusto dire in parecchie delle nostre regioni si registrano i livelli salariali più bassi di una gran parte dei paesi europei. La pubblica amministrazione, insieme con i rappresentanti degli imprenditori e dei lavoratori, dovrebbe studiare iniziative capaci di facilitare uno sviluppo sostenibile del settore produttivo. Il turismo, baluardo secolare della nostra economia, da solo, difficilmente potrà creare i posti di lavoro indispensabili per arrestare il fenomeno dello spopolamento.

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