È l’ora delle Good News

da | 31/08/2017 | L'Altro

Carissimi tutti, stando in volo tra le nuvole e sfogliando il numero di Agosto del ALITALIA MAGAZINE Ulisse 2000, ho colto questa boccata d’aria fresca che sembra stia facendo tendenza …

Buona diffusione e buona lettura.

Don Gianni

SSB

In America l’impresa del bene sta cambiando
le strategie editoriali sull’onda della filantropia…

Pubblicato il mese di Agosto 2017 | Giangiacomo Schiavi | ULISSE MAGAZINE | ALITALIA MAGAZINE

Inseguendo le tre “esse” che da sempre sono il faro del giornalismo popolare, sangue, sesso e soldi, molti quotidiani autorevoli hanno perso credibilità

Un angelo invisibile che aiuta i poveri di Milano. Un medico di provincia che mette i bambini al centro in un paese dove non si nasce più. Uno scrittore che racconta favole per salvare la memoria. L’azienda che paga i dipendenti per i lavori che il Comune non riesce a fare. L’ex licenziato che si compra l’azienda e riassume i colleghi. Good news. Buone notizie come antidoto alla cronaca che dimentica troppo spesso la parola speranza.

Nascono sul web comunità di lettori contro la monotonia delle notizie negative, per contrastare il senso di sfiducia che ci perseguita. E i giornali, dall’Italia all’America, ne prendono atto. C’è un Paese spesso migliore della classe politica che lo rappresenta e c’è nel mondo uno straordinario esercito di persone che combatte senza armi una battaglia di civiltà: applica il principio della restituzione e crede che la moneta buona possa scacciare quella cattiva. Ricordate la Domenica del Corriere, con gli eroi della normalità che facevano notizia? La narrazione si è interrotta quando il bene è diventato per il giornalismo come il cane che morde l’uomo: un fatto scontato.

La notizia, insegnavano i capi della cronaca, deve essere qualcosa di insolito, drammatico, assurdo: la scuola che crolla, non quella che funziona. Il vecchio dogma oggi vacilla. «La gente è stanca di sentirsi dire che tutto va male», ha detto Jeff Bezos, il fondatore di Amazon: dopo l’acquisto del Washington Post ha lanciato The Optimist, un canale di notizie positive per abbonamento. C’è un futuro da inventare, «il futuro che ieri non c’era», sintetizza Mauro Ferrari, presidente del Centro ricerche sulle nanotecnologie a Houston. «E’ utile far sapere tutto il bello che c’è, dal volontariato, all’assistenza, alla sanità», spiegano ai corsi sull’impresa responsabile in Bocconi. «Abbiamo bisogno di esempi positivi, per non cadere nella depressione», dice la psicanalista Lella Ravasi, «e i giornali stanno scoprendo che ci sono nuove parole da declinare come umanità, rispetto, restituzione».

A Milano è nato The Bridge Side, un serbatoio di buone notizie da diffondere nelle scuole: presto diventerà un manifesto per la positività. Da qualche anno si può leggere Good News Agency, la rassegna online creata da un ingegnere in pensione, Sergio Tripi, che non si vuole arrendere al peggio.
Il Corriere della Sera ha lanciato qualche anno fa “Buone notizie”, blog pluripremiato sul quale scrive anche Maria Grazia Cucinotta: valorizza le buone pratica in Italia e nel mondo. “Fateci vedere un mondo diverso da quello che continuamente raccontate”, hanno scritto gli alunni di una scuola elementare al quotidiano di Piacenza, Libertà. Il loro maestro, Roberto Lovattini, ha inaugurato l’ora delle buone notizie in classe.

In America l’impresa del bene sta cambiando le strategie editoriali sull’onda della filantropia, che vede in prima linea Bill e Melinda Gates, il miliardario Warren Buffett, il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg. Uno degli esperimenti più interessanti è Upworthy, sito web che cerca di far diventare virali notizie positive con un forte impatto visivo, raccogliendo un mare di pubblicità da investitori come Unilever e Skype. La responsabilità d’impresa, nuovo mantra globale, si appoggia alle good news. Anche Arianna Huffington ha introdotto un canale di buone notizie, chiedendo ai lettori del sito di segnalare le positività e Bill Keller, ex direttore del New York Times, ha fatto una scelta di campo: per essere rivoluzionari bisogna occuparsi del no profit. Un altro mito del giornalismo, Ryszard Kapuscinski, si era già schierato: «Noi oggi esistiamo solamente come individui che esistono per gli altri, che ne condividono i problemi e provano a risolverli».

Inseguendo le tre “esse” che da sempre sono il faro del giornalismo popolare, sangue, sesso e soldi, molti quotidiani autorevoli hanno perso credibilità. Inoltrandosi troppo sul canale del sensazionalismo e piegandosi alla dittatura dei clic si sono adagiati sul gossip e sui luoghi comuni. Così l’eccezionale è diventato routine e la normalità un fatto insolito.

Se negli ultimi tempi sta riaffiorando il giornalismo della normalità non dobbiamo rallegrarci – scriveva Indro Montanelli, giornalista principe del Novecento – vuol dire che essere normali è diventato eroico”.
Anzi, oggi è una good news.

i giornali stanno scoprendo che ci sono nuove parole da declinare come umanità, rispetto, restituzione