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Ho appena ricevuto quanto segue da parte di don Vittorio Pozzo, alcune riflessioni riguardo l’ultima “fatica” di Papa Francesco in Egitto, riflessioni che vanno aldilà della procedura intrinseca del viaggio stesso, all’insegna dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, come spiegato da don Vittorio.

Diego


IL PAPA IN EGITTO

Il viaggio apostolico di papa Francesco in Egitto, svoltosi in questi giorni all’insegna dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, mi stimola, come salesiano con oltre 60 anni di presenza in Medio oriente e come osservatore attento, conoscitore e studioso del mondo islamico, a sottolineare due aspetti enunciati dal papa nel suo intervento alla Conferenza internazionale per la pace all’università islamica di al-Azhar, al Cairo. Mi sono trovato in sintonia, perché io pure avevo espresso queste idee nel mio recente volumetto “Pianeta Islam” (Torino, Elledici 2016). Eccole in breve.

  1. Un autentico dialogo interreligioso richiede anzitutto “il dovere dell’identità”: non ci si può presentare onestamente davanti all’altro camuffando la propria identità: questa anzi deve emergere con chiarezza e trasparenza, senza veli o ombre che la offuschino. Questa chiarezza che traduce le proprie convinzioni più profonde è quella che permette di comprendere l’identità dell’altro e le sue convinzioni. Solo così si evita il confronto nell’ambiguità. Ma chiediamoci anzitutto quale è la nostra identità? Ce l’abbiamo veramente? La conosciamo e ci immedesimiamo con essa o è una vernice sbiadita?

Questo dialogo richiede il riconoscimento della “alterità”: riconoscere cioè che l’altro è diverso da me e mi interpella con la sua diversità, senza per questo essere mio nemico. Se considero l’alterità in senso negativo, la vedrò come minaccia che suscita sentimenti di diffidenza, sospetto, paura. Se la considero in senso positivo, la vedrò come valore, risorsa, fonte di arricchimento.

La “sincerità delle intenzioni” infine deve rivelare che il dialogo non soggiace a una mossa tattica, a una finzione diplomatica o a secondi fini. L’apertura deve essere incondizionata: apertura di mente e di cuore. “Dobbiamo ascoltare il fratello con l’orecchio di Dio, perché ci sia dato di parlare con la parola di Dio” (Dietrich Bonhoeffer).

  1. Come salesiano, sono particolarmente sensibile all’insistenza del papa sul ruolo dell’educazione delle giovani generazioni, quando sottolinea l’importanza della sua qualità e dei suoi contenuti, affinché rispondano realmente “alla natura dell’uomo, essere aperto e relazionale” e ne pongano al centro la dignità. Per esperienza mi rendo conto della pertinenza di questo richiamo. Conoscendo i contenuti di vari manuali scolastici nei paesi musulmani, zeppi di citazioni coraniche e di altri testi, selezionati e interpretati nel loro senso più stretto e rigoroso, e per lo più ostile a quanto non è islamico, nonché il ruolo, spesso nefasto, di troppe “prediche” nelle moschee, con allusioni esplicite e insistenti su quanto minaccia l’integrità della fede e dei costumi islamici (leggi occidente, identificato con il cristianesimo), è quanto mai opportuno l’invito di papa Francesco a “far maturare generazioni” affinché “trasformino ogni giorno l’aria inquinata dell’odio nell’ossigeno della fraternità”.

Al punto in cui stanno le cose oggi, mi rendo conto che il cammino è ancora lungo, molto lungo, e richiede una vera e profonda rivoluzione culturale in gran parte del mondo musulmano per farlo uscire dallo stato di “malattia” in cui si trova, denunciato da musulmani stessi, particolarmente sensibili e illuminati. Dal di fuori possono venire stimoli e spinte, ma un vero cambiamento può e deve sgorgare solo dall’interno, da leader religiosi e politici che si battano coraggiosamente e concretamente contro ogni forma di estremismo e per una cittadinanza inclusiva, basata sulla comune umanità, e non esclusiva, perché privilegia alcuni a scapito di altri, nel riconoscimento incondizionato dei diritti umani universali e delle libertà fondamentali. Partendo dalla “incompatibilità tra amore e odio” e dal fatto che la “civiltà dell’incontro” può trasformarsi in “inciviltà dello scontro”, emerge il ruolo centrale dell’educazione che diventa “sapienza di vita” solo se riuscirà a formare costruttori di pace e non ulteriori promotori di conflitti, tanto più se intrisi di odio e di violenza.

In questo quadro si inserisce il ruolo della presenza educativa salesiana nei paesi islamici e credo che la scuola di Beirut sia stata un modello di “vivere insieme” tra culture, religioni (22 confessioni) e nazionalità (oltre 40) diverse. Le generazioni passano e cambiano, ma la missione continua.

Don Vittorio