Qui di seguito uno spezzone di vita di Roberto Dalbagni, allievo dei salesiani in Egitto, spezzone rinchiuso come tra l’altro molti altri di questi “spezzoni” in un libro di ricordi intitolato “L’Egitto e Dalbagni” e che per uno straordinario caso di circostanze alquanto particolari è anche atterrato in casa Roncaglia e Paola ci ha subito inviato un pezzo del malloppo che vi invitiamo a leggere qui di seguito.

Grazie alla Paola e alla sua rete di informatori degni del MI5, siamo riusciti a scovare il Sig. Dalbagni che ci ha gentilmente dato il permesso di pubblicare qualche paragrafo del suo libro ed ha anche accettato di rispondere ad alcune domande che abbiamo inviato per mail e che fanno l’oggetto di un altro articolo pubblicato qui “L’Egitto di Dalbagni“.

Il testo qui di seguito fa parte del capitolo sulla “Carenza dei Testi, gli arredi e le lezioni”, seguito dal capitolo “Gli insegnanti delle Medie (Il Ginnasio)”, capitolo in cui abbiamo scovato il testo su Don Morazzani, appunto, ma ci sono anche i ricordi a proposito di Don Ottone, Don Rassiga ed altri che abbiamo conosciuto in Libano.

Don Kikka – Don Gianni – Don Diego


La carenza dei testi, le aule, gli arredi, le lezioni

In quegli anni che dall’ltalia nulla poteva arrivare, naturalmente facevano difetto anche i libri di testo. Provvedeva in buona parte a questa carenza il ciclostile dell’Istituto che li riproduceva e che gli insegnanti mettevano a disposizione degli allievi sotto forma di dispense. Per il resto si faceva alla meglio, cercando nelle librerie dell’usato o anche dai rigattieri. Infatti da uno di questi nei pressi di Midan Ataba (Piazza Ataba) mio padre trovò il libro di testo di esercizi di latino “Minerva Memor“. Mancavano delle pagine che mio papà, battendo a macchina, copiò da un libro integro che amici ci prestarono.

In Istituto le aule ben rischiarate dalla luce diurna proiettata all’interno attraverso i vetri di ampie finestre, erano arredate da una comoda cattedra lignea su predella di legno, da più file di banchi di legno a due posti consistenti in un mobile combinato da un sedile con schienale con davanti uno scrittoio-piano sollevabile per riporre i libri nel sottostante vano e due fori con inseriti due calamai cilindrici bianchi di ceramica che settimanalmente venivano riempiti di inchiostro (ma buona parte di noi già usava la stilografica), da un grande lavagna d’ardesia montata su cavalletto di legno, girevole e utilizzabile sulle due facce, da una enorme carta geografica attaccata alla parete di fronte ai banchi e naturalmente dal Crocefisso appeso dietro la cattedra.

Alla mattina avevamo sei lezioni della durata di tre quarti d’ora ed erano lezioni intense in cui non si perdeva un minuto in divagazioni. Iniziavano alle otto e avevano termine alle tredici.
Alle dieci e un quarto si interrompevano per la ricreazione e riprendevano circa mezz’ora dopo. Verso mezzogiorno ci distraeva un po’ la voce amplificata dall’altoparlante del Muezzin che dall’alto del minareto della vicina moschea invitava i fedeli alla preghiera. Per un certo periodo abbiamo avuto anche il doposcuola ma i miei ricordi in proposito sono assai vaghi.

Gli Insegnanti delle medie (Il Ginnasio)

Dei miei insegnanti delle medie rammento per la religione Don Arena, avanti negli anni evidenziati da pizzo e capelli candidi, per il latino il milanese Don Rassiga, per l’italiano Don Bailone poi sostituito dal “romano de Roma” Don Trancassini, per la matematica e le materie scientifiche Don Morazzani maltese di nascita, Don Ottone per il francese, il sardo Don Murru per la
storia (dopo la sua morte gli succedette Don Odello), il professor Purpora per l’inglese  e infine per l’arabo l’egiziano cristiano-copto il professore Nasr Dimitri (Demetrio), il professor Moresco per geografia ed educazione fisica.

Don Morazzani alto, magro e distinto nel portamento, era un bell’uomo, capelli neri corti con taglio a spazzola, portava occhiali moderni con esile montatura metallica e il suo volto ricordava quello di Robert Taylor. Di atteggiamento piuttosto freddo e distaccato nei rapporti con l’interlocutore poteva dare l’impressione di essere un po’ snob. Ma le cose probabilmente non stavano così : l’essere nato a Malta e vissuto per qualche tempo gomito a gomito con gli Inglesi che a lungo esercitarono il loro dominio su quell’isola, induceva a pensare che in qualche modo avesse assimilato un po’ del loro carattere. Difficile che si adirasse se indispettito da atteggiamenti contrari al suo modo di intendere il “bon ton”.

Significativo in questo senso il fatterello che segue.
In aula nel breve intervallo fra una materia e la successiva, fra l ‘uscita di un insegnante e l’ingresso di un altro , montava un certo brusio e talora qualcuno poteva elevare il tono della voce come accadde a Roberto Zinutti : in quel momento stava entrando in classe il Padre che con flemma rivolgendosi a Roberto fece : caffè. coca cola, panino! e all’istante il vocio cessò e iniziò la lezione.

Ma non era difficile che talvolta adottasse un contegno altezzoso al cospetto di chi stentava a recepire quanto spiegava a lezione, poteva anche mortificare l’allievo che aveva davanti a sé. Come accadde a me, quando davanti alla lavagna su cui egli col gessetto tracciava un grafico , disse con aria infastidita : il più alto grado di durezza dei minerali è il 10 del diamante, ma per te la scala di MOHS dovrebbe prevedere l’ 11 ! (un modo elegante per darmi dello zuccone).