Questo è uno di quelli che passavano ogni tanto sulla scuola…

Come combattere la noia in tempi remoti

Dopo avere espresso la mia ammirazione per il diario di viaggio di Paola, mi è naturalmente stato chiesto di scrivere qualcosa per il sito. Avrei dovuto saperlo: non si può lanciare il sasso e nascondere la mano. Me la sono tirata addosso e mi tocca provarci. Voglio però cimentarmi con qualcosa di sufficientemente bizzarro e irrilevante da potermi divertire.

Sarà stato forse nell’anno scolastico 1972/73 – ma potrei sbagliarmi. La vita per noi interni procedeva come al solito. Il nostro gruppetto era costituito da studenti ancora piccoli e ancora abbastanza compressi dall’istituzione. Scuola, studio, un certo quantitativo di preghiere e qualche uscita al cinema nei fine settimana. Passeggiate che non riesco a ricordare bene. Non c’era ancora stato il trionfale arrivo delle ragazze nelle nostre classi – almeno mi pare. Poi c’era lo sport in cortile. Io stavo già diventando alto ed ero particolarmente goffo. Le mie prestazioni calcistiche erano da dimenticare. Una volta segnai un gol su corner perché la palla aveva violentemente colpito il mio fondoschiena ed era carambolata in porta. Impossibile misurarsi con giocatori tosti come i fratelli Chiari (grandissimi terzini), Giorgio Dandolo e tanti altri. Il basket non lo avevo neppure ancora iniziato.

Finito di studiare, leggevo per pomeriggi interi i volumi non sempre appassionanti che la modesta biblioteca della scuola poteva fornire. Fantasticavo, perdevo tempo e socializzavo poco. Non trovavo molti argomenti in comune con i miei compagni. Cercavo di procurarmi qualche fumetto americano della Marvel e… mi annoiavo molto. In realtà in quei primi anni – al di là della trasfigurazione del ricordo – la noia era una presenza costante. Quei lunghissimi pomeriggi di sabato, quelle domeniche quando non si andava da nessuna parte e non si sapeva cosa fare. C’era un’aula, appositamente attrezzata per lo studio, e ci si passavano lunghe ore, specie di inverno. Ma improvvisamente accadde qualcosa.

Ho sempre avuto una grande passione per gli aerei militari. Credo si sia consolidata proprio in quel periodo. Eravamo tutti un po’ sollecitati dall’atmosfera circostante e comunque ai ragazzi è sempre piaciuto giocare con queste cose. Ricordo lunghe chiacchierate con i compagni e persino con qualche Salesiano sui rispettivi meriti di questo o quel caccia, di questa o quella forza aerea. Si erano formate – questo lo ricordo bene – due distinte fazioni: una camera – Claudio Cordone, i fratelli Chiari e non so più chi – sosteneva le aeronautiche militari arabe; un’altra – io e i fratelli Castelli –  la temuta forza aerea israeliana, che aveva l’indubbio vantaggio di vincere sempre. Giuseppe Pigozzi, più tecnico di noi e figlio di un militare, costituiva un interlocutore preziosissimo e appassionato. Ricordo di avere posto a Don Pireddu il quesito teorico della possibile intercettazione di un Mig 25 (che faceva i Mach 3 e che si supponeva già in servizio presso qualche paese arabo) da parte di un Phantom. Quanto Don Pireddu fosse disponibile a darmi retta lo si può arguire dal fatto che ne ragionammo persino insieme. E ogni tanto sulla scuola passava qualche vecchio Hunter libanese, più raramente la sagoma elegante di uno dei pochi Mirage III basati nella valle della Bekaa.

Non ricordo bene se fui il primo. O forse era stato Edino Levante? Un bel giorno per vincere la noia acquistai credo in via Hamra un kit Airfix  1:72 (i gloriosi kit economici dell’Airfix in bustina di plastica). Un F 5 Freedom Fighter con le insegne della Imperial Iranian Air Force (c’era ancora lo Scià…). Volli anche fare le cose sul serio e decisi di dipingerlo. A Beirut naturalmente si trovava tutto – anche i negozi di modellismo. Il problema era che non avevo le idee molto chiare su come procedere. Non ricordo se sia stata l’illustrazione della confezione, che forse riprendeva il riflesso ambrato del tramonto sulla finitura metallica dell’F 5. Oppure se a convincermi fosse stata una qualche fotografia. Sta di fatto che comperai un barattolino Humbrol di colore rame. Chiunque si intenda minimamente di queste cose sa che i gli aerei militari color rame – ancorchè inondati dal sole del tramonto – non esistono. Nello specifico l’F5 iraniano era color argento e in anni successivi avrebbe ricevuto una colorazione mimetica marrone-verde-sabbia. Sta di fatto che dipinsi il mio F5 color rame; e nelle sue linee aggressive e filanti mi piacque molto.

L’azione suscitò un certo desiderio di emulazione  (il colore scelto assai di meno…). In tanti avevano forse già costruito dei modellini, ma chi li aveva verniciati? In breve molti interni iniziarono ad acquistare kit di aerei militari e qualche vernice – quasi sempre errata e applicata in modo fantasioso. Divenne una passione collettiva. Quando non avevano niente da fare – il che avveniva spesso – gli interni costruivano aerei. C’era un’aula apposita dove tutti si portavano dietro con aria professionale scatole che contenevano vernici, diluenti, pennelli, colle e pezzi di ricambio vari.  “Mi dai i due missili che ti avanzano che così li metto sotto il mio Mirage?”. “Mi presti il nero” ( poi, più correttamente, il grigio scuro opaco) “per fare le ruote?”. “Posso usare gli stemmi che avanzano del tuo F 104?”  Nel frattempo passavano i mesi e si affinavano anche gli strumenti e le tecniche. Tra l’altro, nell’ottobre del ’73 gli aerei, quelli veri, si erano scatenati, e li avevamo anche visti dal cortile della scuola. La situazione non poteva che accrescere il nostro interesse per l’argomento.

Un giorno, sempre in via Hamra – ma era tutto lì – vidi una copia di Aviazione e Marina in italiano. Sfogliandola furtivamente vidi che conteneva un inserto con le tavole a colori di tutti gli aerei arabi e israeliani impegnati nel conflitto. Questo era molto strano, perché in quel periodo la pagine delle riviste internazionali che contenessero qualche riferimento a Israele venivano strappate dalla censura. Comperai subito la rivista, tenendola ben chiusa, e me la portai in camera.  Mi procurai molte altre riviste del settore in seguito, ma quello era un numero di particolare significato. Credo di averlo ancora in qualche cassetto.

Si trattava a questo punto di realizzare in modo realistico modelli di aerei arabi o israeliani. I modelli con i colori arabi non li produceva nessuno, naturalmente. L’unica cosa disponibile al momento era uno Strikemaster saudita della Matchbox, che Claudio Cordone realizzò con grande cura in una mimetica passabile, anche se con colori improbabilmente lucidi. Ma dopo la vicenda del rame, non potevo più dire niente. La sua passione per i diritti civili era già all’opera. Oltre a supportare la causa araba nei suoi modelli, si premurò di dipingere di Gloss Dark Brown il minuscolo viso del pilota del suo Mirage III sudafricano, quando ancora i piloti di colore in quel paese erano impensabili. Esisteva in commercio anche un Mig 21 della Frog con le insegne egiziane, ma non si trovava, o forse Claudio lo costruì poi in seguito, non ricordo bene. Poi c’era il kit Airfix del Phantom, che consentiva la realizzazione di varie versioni, tra cui l’F4E israeliano. Ma a Beirut non si trovava. In ogni caso, un modellino con le insegne israeliane sarebbe stato imbarazzante. Dove l’avremmo esposto? E se qualcuno si fosse offeso? Era una questione piuttosto delicata.

A un certo punto, le varie officine costruttive avevano adottato anche dei tratti distintivi. Ad esempio tutti i miei piloti avevano la tuta gialla e il casco blu, cosa impensabile forse persino per una pattuglia acrobatica di pagliacci. Altri avevano adottato combinazioni diverse e più verosimili. L’attività ferveva e molti modelli, anche della seconda guerra mondiale, venivano costruiti e dipinti, con risultati in generale modesti da un punto di vista modellistico, ma con soddisfazione per chi ci aveva lavorato. I nostri armadietti nelle camere esibivano caccia e bombardieri, poggianti in modo talvolta precario sui carrelli (che si rompevano con estrema facilità – così come le pale degli elicotteri) o sui piedistalli trasparenti forniti con le confezioni. I Salesiani avevano rispetto a questo fenomeno un atteggiamento ambivalente. Da un lato trovavano positivo che noi si stesse tranquilli e occupati in qualcosa che ci interessava, in un’aula controllata e senza far danni. Dall’altro, non potevano non avere qualche riserva su questo entusiasmo per strumenti non propriamente di pace. Credo di ricordare qualche commento sarcastico con occhiata al cielo di Don Moroni e qualche scatto nervoso di Don Libralato ma, di nuovo, potrei sbagliarmi.

Un giorno fummo invitati a casa sua dal nostro compagno di classe Enrico Serafini, un ragazzo quieto e signorile che tifava per la Fiorentina e veniva da Teheran. Chissà che fine ha fatto. Non mi saprei più orientare ma ricordo che a casa sua si arrivava prendendo la strada che portava anche a casa di Marina e Carla Rotta Loria e poi al mare. Fu con grande stupore e invidia che scoprimmo che Enrico custodiva in casa sua accurate riproduzioni di Mirage, Phantom e forse Skyhawk israeliani realizzati con grande perizia e con i colori corretti. Aveva scoperto gli ottimi kit della Tamiya in scala 1:100 in un negozio che non frequentavamo – dove nessuno aveva manomesso le insegne nemiche – e nella privacy di casa sua aveva realizzato questa piccola ed esclusiva collezione segreta. In ogni caso tutti i nostri aerei erano in 1:72, e la scala non era compatibile.

La produzione massiccia e la fragilità dei manufatti faceva sì che ci fosse un costante flusso di aerei rovinati, non riusciti o rotti. Questo conduceva talvolta a simulazioni di combattimenti aerei che si concludevano con il lancio degli sventurati modelli dall’ultimo piano, con petardo inserito in fusoliera. I relitti esplodevano a mezz’aria e i frammenti si disperdevano sul cortile, dove venivano poi ricercati il giorno successivo, suscitando commenti ammirati per la potenza del petardo utilizzato. Nella quiete operosa dell’aula-officina un giorno Alberto Chiari bloccò un enorme e fastidioso moscone sul vetro della finestra, gli versò sopra con destrezza alcune gocce di diluente e gli diede fuoco. Il moscone rimase intatto – anche se carbonizzato – e ricordo che  la cosa mi impressionò molto.

A chi pensasse che i nostri abbattimenti artigianali mancassero di realismo devo dire che eravamo in ogni caso inseriti in un contesto più vasto. Ricordo che andammo a vedere con entusiasmo – in uno di quei magnifici cinema comodi e vellutati che abbondavano allora a Beirut – un film di guerra aerea intitolato con scarsa originalità L’escadrille des héros. Lo scopo assai trasparente della pellicola era celebrare il valore e l’abilità dei piloti siriani durante la guerra. La sceneggiatura e la regia erano discutibili: eroici piloti siriani, tutti baffuti, decollavano in continuazione sui loro Mig 21, abbattevano in combattimento un numero improbabile di caccia israeliani e ritornavano stanchi e provati, con ferite o graffi minori, a fidanzate dalle labbra carnose e dal trucco pesante che li attendevano estasiate alla base. Non credevamo ai nostri occhi: gli assi siriani premevano il pulsante di sparo e i fotogrammi seguenti mostravano dei modellini di Phantom e Mirage come avremmo potuto farli noi, appesi a fili neppure tanto trasparenti, che esplodevano in mille pezzi – palesemente grazie a petardi come i nostri.

Ne costruimmo veramente tanti e cominciammo anche ad avvicinarci maggiormente a degli standard di realismo più accettabili, ma con il passare dei mesi, a poco a poco l’attività rallentò fin quasi ad estinguersi. Uscivamo molto più spesso e venivamo coinvolti in un maggior numero di attività, anche all’esterno della scuola. La passione per gli aerei però rimase sempre. E ogni tanto li sentivamo, i Phantom israeliani veri, che rompendo perfidamente il muro del suono sopra la città spaventavano tutti e facevano tremare  i vetri delle finestre della scuola. Una volta ne vedemmo uno dal balcone, a bassissima quota e forse colpito. Non potevamo ancora immaginare, allora, quanti altri e ben maggiori danni avrebbero potuto infliggere in futuro.

Nell’estate del 1974, durante l’invasione di Cipro,  ero naturalmente impegnato a identificare gli aerei turchi che volavano su Nicosia, uno dei quali sganciò – con mio notevole spavento – un serbatoio vuoto proprio davanti a casa.  Probabilmente un F 84. A RAF Akrotiri, prima di salire sul meraviglioso Hercules mimetizzato in marrone e sabbia che mi avrebbe portato da Cipro a Londra, chiedevo disperatamente e con intempestività giovanile agli avieri inglesi dove erano nascosti i Lightning del 56th Squadron – con l’insegna della fenice risorgente dal fuoco – e i favolosi Vulcan – impressionanti bombardieri dall’ala a delta – di cui quella grande base ospitava allora ben due gruppi. Con mia grande delusione mi fu risposto che non si potevano vedere.

Negli anni successivi mi capitò di costruire svariati altri modelli, fino a quando mi resi conto che non sarei mai stato un modellista veramente bravo, e lasciai perdere. Ce ne sono ancora parecchi nel mio solaio. Ma non mi capitò mai più di costruirli con la stessa passione e con lo stesso conforto di quando, con i miei compagni, in qualche malinconica serata invernale di collegio, mi affaccendavo tra pazzi di plastica, colla e barattolini di vernice, in attesa di scendere per cena o di andare a letto.

Alcuni anni più tardi ci ritrovammo con Claudio a casa di Giuseppe Pigozzi a Verona; e un giorno trascorremmo una notevole quantità di tempo accanto alla testata della pista di Villafranca ad ammirare gli atterraggi e i decolli fragorosi degli F 104 del 3° Stormo (insegna celebre dei quattro gatti bianchi e neri). Ci divertimmo molto e ripensammo alle nostre lunghe chiacchierate aeronautiche  a scuola, passeggiando per il cortile,  in attesa di andare a studiare o, nel caso di Giuseppe, di rientrare a casa. Durante il servizio militare, coinvolto in un’esercitazione, riuscii persino a salire su un elicottero dell’esercito tedesco, dopo avervi issato di peso il mio simpaticissimo capitano napoletano, che non disponeva di statura e atletismo sufficienti a fare da solo.

E’ passato tanto tempo e gli aerei della nostra giovinezza non volano più, sono in gran parte stati ritirati dal servizio e sostituiti da pochi monotoni velivoli moderni, tutti simili e tutti più o meno colorati allo stesso modo.  Anche Villafranca è diventato un aeroporto civile per charter, dove turisti chiassosi e imbufaliti si misurano con i ritardi e le cancellazioni estive. Naturalmente non esiste più neppure la scuola, né l’aula dove costruivamo i modelli, né tantomeno esistono più le nostre camere. E’ tutto lontanissimo, confinato nel tempo del ricordo, il ricordo di quelli che erano i nostri giochi di adolescenti in collegio, tanti, tanti anni fa. Ma mi ha fatto piacere provare a ricordarmene.

Sergio “Basket” Daneluzzi