Come la ricordo io (40 anni fa)

Isolati dal mondo ma dopo tutto non ce ne importava niente.

 

La strada

Salendo da Jebail per una strada tortuosa, la sua vista era celata dal monte “zuccone”, così chiamato per la conformazione che ricordava effettivamente una  “testa quadra”. Appena superato il sommo del monte compariva improvviso l’istituto in tutta la sua imponenza. Una struttura di cemento, bianca, uscita a mezza costa dal fianco del monte come una costola. Tutto intorno solo pietre e terra rossiccia, non un albero.

Duecento metri più sotto solo quattro o cinque modeste case di mattoni con un negozietto che offriva generi di prima necessità e qualche cianfrusaglia. La scuola appariva cinta da un muro alto (che poi era in effetti il forte del terrapieno) tale da farla sembrare a prima vista un carcere di massima sicurezza. Quando la vidi la prima volta un brivido mi scorse lungo la schiena.

La piccola strada asfaltata superata la località di El Houssoun proseguiva verso l’abitato di Machnaqa e quindi verso i campi da sci di Laqlouq.

Sebbene la strada di ritorno verso Jebail fosse in discesa, presentava un piccolo tratto impegnativo nella ardita salita dello “zuccone”. Le auto dovevano accumulare velocità per vincere quei  duecento metri ripidissimi.  A volte sembrava che il motore proprio non ce la facesse più e rischiare di ripercorrere in retromarcia quella strada esposta sui precipizi metteva un po’ di paura.  Una volta mi trovai in questa situazione a bordo di una vecchia Mercedes che faceva servizio taxi: eravamo in 7 sette con una capra e qualche gallina. Il motore quasi si spense quando mancavano pochi metri al sommo ed io rivolsi una silenziosa preghiera a Don Bosco…fortunatamente tutto proseguì per il meglio.

L’istituto

Il cortile in cemento con i canestri del basket, la statua di San Domenico Savio, la chiesa con la grande scritta “Gloria Libani data est Ei”, il campo da calcio.  Le camerate erano nell’interrato, stanze da 10-12 letti separati da tende scorrevoli. La mensa con tavoli per 6/8 persone. Ai piani superiori gli alloggi per i sacerdoti, la direzione amministrativa, le aule scolastiche.

I bagni erano nel retro, sempre nell’interrato. C’era solo acqua fredda, tranne il fine settimana quando si poteva avere una doccia calda. Una volta, d’inverno, provai a lavarmi i capelli con l’acqua del lavandino, molto prossima alla temperatura del ghiaccio fuso. Ricordo come per quasi 10 minuti non fossi più in grado di connettere.

Le camerate erano prive di riscaldamento e d’inverno l’unica fonte di calore era una piccola stufetta Aladin catalitica che veniva posta al centro della stanza. Forse chi dormiva nel mezzo della camera riusciva a ricevere un po’ di tepore. Io ero alloggiato all’estremità sud, vicino alle finestre. Nelle notti d’inverno si formava il ghiaccio sui vetri ed io, infilato sotto alcune coperte infeltrite, tremavo per il freddo.

La mensa forniva inesorabilmente lo stesso cibo con qualche rotazione nella varietà durante la settimana. Non ho mai saputo spiegarmi perché i panini fossero sempre carenti (cinque su ogni tavolo se i commensali erano sei).
Naturalmente la prima cosa che si faceva entrando in mensa era quella di marcare la proprietà del pane per evitare che qualcuno durante il pasto lo sottraesse furtivamente. Ciò si otteneva sputando sul panino, allo stesso modo dei gatti che marcano il territorio con la pipì. Chi rimaneva senza doveva iniziare un’opera di accattonaggio o comprare la sua razione in cambio di qualcosa d’altro.
Quello che non mancava mai era il famoso formaggino triangolare “La vache qui rit” che sia per il sapore non proprio accattivante, sia per l’inoltrata stagionatura (duro come il legno) veniva spesso usato come arma contundente. Sinceramente non ho mai capito quale tipo di formaggio fosse.

Don Forti tutti lo ricordano quando la mattina sbatteva l’uovo ruotando il cucchiaio in un senso e  la tazza nell’altro. Mi ricordo anche quando una volta a pranzo, come sempre inappetente, guardava con poca convinzione due uova sode nel suo piatto. Don Moro, seduto al suo fianco, che invece soffriva di appetito inesauribile, mormorò a voce bassa ma perfettamente comprensibile “…se pensiamo da dove escono le uova che poi noi mangiamo…”. Don Forti ruotando il capo lo fissò mentre una espressione di nausea emergeva sul suo volto, poi scattò in piedi e portando il fazzoletto alla bocca si allontanò a passi veloci. Don Moro con un sorriso compiaciuto versò nel suo piatto le uova lasciate da Don Forti e se le mangiò.

 

Delle aule scolastiche ho un ricordo sbiadito. Lo studio in rigoroso silenzio con stretta sorveglianza di Don Giraudo, la presenza discreta di Don Bedon che cercava faticosamente di ottenere buon sangue da una rapa come il sottoscritto, il generatore di corrente che entrava in funzione dopo ogni fulmine nel corso dei frequenti temporali primaverili, le lezioni di francese che mi mettevano ansia perché erano iniziate da un livello avanzato ed io ne ero completamente digiuno, le interminabili sequenze di starnuti di Don Praduroux (mai meno di sette, una volta credo ne fece quindici e si levò un lungo applauso dalle aule).

Il campo da calcio strappato alla montagna con vanghe e picconi era in effetti una pietraia che non perdonava chi finiva a terra durante le partite (quante abrasioni ai gomiti ed alle ginocchia!).  Adesso i ragazzini italiani inorridirebbero se dovessero giocare su un simile terreno, ma la squadra di calcio Don Bosco che vinse il torneo delle scuole di Beirut era nata su questo campo.

La scuola era dotata anche di una piscina, o meglio,  di una semplice vasca di cemento che ripulita alla bene meglio e riempita d’acqua appena cominciava a far caldo, ci permetteva di rinfrescarci facendoci credere di essere in vacanza…..allora non c’era ancora la 626.

La vita ad El Houssoun.

Uno dei ricordi più vivi e struggenti di quel periodo era la vista del cielo nelle notti serene. Dopo cena a volte si passeggiava per il campo da calcio in compagnia di Don Forti che ci parlava di filosofia, storia, scienza, musica classica. Mentre tutti ascoltavamo affascinati le sue lezioni a “cielo aperto” i miei occhi frugavano instancabilmente in quel cielo letteralmente bianco di stelle. Potevamo vedere ad occhio nudo la vai lattea e le galassie più grandi. Don Forti ci indicava col dito le costellazioni… questo è il Piccolo Carro, quest’altro il Cinto di Orione… Quando c’era la luna piena si riusciva a leggere facilmente il giornale.
Non ho mai più rivisto uno spettacolo così. Era uno stato di tensione emotiva indescrivibile che veramente ti avvicinava al Creatore. Adesso l’inquinamento luminoso impedisce persino di vedere le stelle più grandi.

Spesso nei giorni di festa se non si scendeva a Beirut, si organizzavano escursioni nei dintorni di El Houssoun. A piccoli gruppi ci si incamminava verso Machnaqa oppure per i sentieri che portavano giù nella valle.  A Machnaqa vi erano i resti di un tempietto romano (forse originariamente fenicio) e fra la ghiaietta del terreno trovavamo facilmente piccole monete in bronzo di varie epoche. Ricordo la presenza di una grande cisterna sotterranea che si intravvedeva fra le fessure delle pietre squadrate. Quella vista mi metteva timore, anche se avrei desiderato esplorarla per carpirne i millenari segreti.

Una volta tornando da una gita si scatenò un temporale, come sempre carico di elettricità. Camminando passammo sotto una condotta elettrica nel medesimo istante in cui fu colpita dal fulmine. Un rumore assordante preceduto da un sibilo terribile ci passò sopra le teste. I cavi elettrici divennero incandescenti e si agitarono come scossi dal terremoto. Noi mezzi morti di paura ce la demmo a gambe ringraziando il cielo per lo scampato pericolo…..

Ho un ricordo bellissimo delle messe che venivano celebrate  ad El Houssoun. Il rito era ancora il Tridentino dato che la nuova messa fu celebrata solo l’anno successivo (1967). La celebrazione era accompagnata dal canto gregoriano dei chierici ed il senso del sacro era veramente profondo.
Ma quello che mi è rimasto indelebilmente impresso nello spirito e nella memoria è la fede assoluta che Don Forti manifestava durante la celebrazione della Santa Messa. Mai nessun altro sacerdote che ho conosciuto è entrato in così profonda comunicazione con Dio durante la consacrazione.

Don Forti pronunciava con tale intensità e solennità “Hoc est enim Corpus meum…” che stringendo l’Ostia ed avvicinandola alla bocca iniziava a sudare. E se non riteneva di aver raggiunto il necessario raccoglimento, talvolta chiedeva al Ministro che assisteva “ti dispiace se ricominciamo da capo?”.

Sono questi, ricordi dettati più dall’emozione che dalla memoria (che comincia a difettare) e forse in questo mio scritto vi sono alcune imprecisioni. Ve ne chiedo scusa.
Prego il benevolo lettore di segnalarmele affinché possano essere corrette.

 Prosdocimo Mario